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Corte dei conti

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA LOMBARDIA

sent. n. 305 del 18/05/2011

Presidente:  GALTIERI Claudio
Estensore:  CORSETTI Adelisa


Sent. n. 305/2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA LOMBARDIA




composta dai seguenti magistrati

dott.  Claudio GALTIERI   Presidente
dott.ssa  Adelisa CORSETTI   Giudice estensore
dott.  Maurizio MASSA   Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di responsabilità iscritto al n. 26779 del registro di segreteria ad istanza della Procura regionale per la Lombardia contro:

- la Sig.ra Laura Marta BARZAGHI, nata in Monza (MB) il 9 novembre 1954, residente in Nova Milanese (MB), alla Via Sabotino n. 6, rappresentata e difesa dagli Avv.ti Marco A. Quiroz Vitale e Miriam Beratto, con elezione di domicilio presso la sede della società tra professionisti <<Studio Legale Avv. Quiroz Vitale & Partners>> in Milano, Via Bixio, n. 12;

- la dott.ssa Daniela PORTA, nata in Desio (MB) il 4 aprile 1975, residente in Seregno (MB), alla Via Lombardi n. 19, rappresentata e difesa dall’Avv. Fabio Corradi, presso il cui studio in Milano (Casali di Monticelli), Piazza Sant’Angelo, n. 1, ha eletto domicilio;

- la dott.ssa Cecilia SOMIGLI, nata in Roma (RM) il 30 giugno 1974, residente in Roma (RM), alla Via Attilio Friggeri n. 111, rappresentata e difesa dall’Avv. Raffaella Garolla del Foro di Monza, presso il cui studio in Seregno (MB), Corso Matteotti n. 83, ha eletto domicilio;

- il dott. Eugenio VANTADORI, nato in Cremona (CR) il 18 marzo 1950, residente in Carimate (CO), via Della Valle n. 38, rappresentato e difeso dall’ Avv. Andrea Pistone dal Verme, presso il cui studio in Milano, via Larga n. 6, ha eletto domicilio.

VISTI: il r.d. 13 agosto 1933, n. 1038, art. 26; il r.d. 12 luglio 1934, n. 1214; il d.l. 15 novembre 1993, n. 453, convertito nella l. 14 gennaio 1994, n. 19; la l. 14 gennaio 1994, n. 20; il d.l. 23 ottobre 1996, n. 543, convertito nella l. 20 dicembre 1996, n. 639; il c.p.c., artt. 131, 132 e 133.

VISTO l’atto introduttivo.

LETTI gli atti e i documenti di causa.

UDITI, nella pubblica udienza del 20 aprile 2011, il Consigliere relatore Adelisa Corsetti, gli Avv.ti Quiroz Vitale, Corradi, Garolla e Pistone dal Verme, e il Pubblico Ministero in persona del Sostituto procuratore generale Barbara Pezzilli.

FATTO

Con atto di citazione in giudizio depositato il 15 ottobre 2010, la Procura regionale ha convenuto in giudizio il Sindaco del Comune di Nova Milanese (MB), Sig.ra Laura BARZAGHI, il dott. Eugenio VANTADORI, la Psicologa dott.ssa Cecilia SOMIGLI e l’Assistente sociale dott.ssa Daniela PORTA – il primo in qualità di organo che ha assunto l’ordinanza 26 maggio 2004, n. 52, con la quale è stato disposto l’allontanamento della minore G.B. dal suo nucleo familiare, il secondo in qualità di Coordinatore del Settore interventi sociali, e gli altri soggetti in qualità di istruttori della medesima pratica - per vederli condannare, nella misura, rispettivamente, del 15%, del 35%, del 35% e del 15%, al pagamento, in favore dell’Amministrazione comunale, della somma complessiva di € 81.250,00.

La richiesta risarcitoria è a titolo di responsabilità indiretta, in relazione alla condanna subita dal Comune di Nova Milanese, in sede civile, nell’azione esercitata dai Sigg.ri Bruno/Bonacina, genitori della bambina, per i danni conseguenti al suo ingiustificato allontanamento dalla casa familiare (Tribunale di Desio, 25 giugno 2007, n. 419/07).

La sentenza è successiva al provvedimento adottato dal Tribunale dei minorenni di Milano il quale, dopo aver confermato, in data 27 maggio 2004, l’ordinanza sindacale, ha disposto una consulenza tecnica sulla minore (decreto 7 luglio 2004), in esito alla quale ha deliberato le dimissioni della minore dalla comunità ed il suo rientro in famiglia (decreto 29 novembre 2004).

A seguito della pronuncia del giudice di prime cure, il Sindaco del Comune di Nova Milanese ed i Sigg.ri Bruno/Bonacina hanno sottoscritto un <<pactum de non petendo>> con il quale hanno concordato il pagamento della somma di € 103.000,00 da parte di Ina-Assitalia S.p.a. e del residuo da parte del Comune di Nova Milanese (computato in € 162.500,00 ed erogato in data 20 marzo 2008), salva ed impregiudicata la facoltà di appello, che è stato effettivamente proposto con atto del 17 ottobre 2007 e non ancora discusso. Il danno contestato dalla Procura attrice è corrispondente alla metà dell’onere sostenuto dall’Amministrazione comunale, in relazione all’intervento, nel determinismo della fattispecie dannosa, di autonomi fattori causali, rappresentati dall’operato della scuola e, in particolare, dal comportamento della maestra d’asilo che avrebbe condizionato la successiva attività di accertamento da parte dei Servizi sociali, benché l’amministrazione scolastica non sia stata citata a giudizio da parte dei genitori della minore. Altro fattore che, ad avviso della Procura regionale, avrebbe svolto un ruolo concausale è l’immediata ratifica dell’ordinanza sindacale da parte del Tribunale dei minorenni (dopo appena un giorno dalla sua emanazione), salvo poi espletare le verifiche che hanno portato a ristabilire la verità dei fatti.

Nei limiti dell’apporto causale dell’amministrazione comunale alla causazione del danno (quantificato nel 50% del complessivo danno diretto), la Procura ha ritenuto sussistente il requisito della colpa grave nel comportamento di tutti i convenuti per gli errori di valutazione loro ascrivibili, pur valutando con maggior rigore la posizione del Coordinatore del Settore interventi sociali VANTADORI e della Psicologa SIMIGLI, rispettivamente, responsabile del procedimento e professionista dotata di elevate competenze.

La Sig.ra BARZAGHI, costituita in giudizio con memoria depositata il 30 marzo 2011 ha eccepito, in primo luogo, l’assenza di un giudicato sulla vicenda di cui è causa, circostanza, questa, che rende irrilevante il pagamento effettuato, ai fini della certezza e della definitività del danno, laddove l’eventuale giudizio della Corte potrebbe dar luogo a contrasto di giudicati. Nel merito, il Sindaco ha escluso la propria responsabilità nel danno, avendo adottato l’ordinanza di allontanamento su impulso del Coordinatore VANTADORI e nelle more dell’intervento diretto del Tribunale dei minorenni, senza alcuna ingerenza diretta nella gestione della pratica. In ogni caso, ha ritenuto insussistente la colpa grave, in quanto l’adozione del provvedimento costituiva un dovere d’ufficio, in presenza della rappresentata situazione di pericolo. In ordine al nesso causale, ha considerato eccessiva l’attribuzione all’ente comunale di un apporto causale pari al 50% del totale, dal momento che l’ordinanza sindacale ha avuto efficacia autonoma per un solo giorno, prima della ratifica da parte del Tribunale dei minorenni. Infine, ha contestato la tesi dell’inefficienza del Settore servizi sociali, a fronte di una perizia tecnica poco accurata (laddove si attribuisce alla maestra d’asilo la responsabilità di aver taciuto per tre anni il sospetto che, invece, risaliva soltanto a pochi mesi dalla denuncia, ossia al dicembre 2003). In conclusione, la convenuta ha chiesto: a) in via pregiudiziale, la sospensione del giudizio; b) in via istruttoria, l’assunzione di prova testimoniale; c) nel merito, il rigetto della domanda attrice e, in via subordinata, la riduzione dell’addebito. La dott.ssa SOMIGLI, costituita in giudizio con memoria depositata il 29 marzo 2011, ha contestato le risultanze della perizia espletata dal Tribunale dei minorenni, peraltro commissionata a distanza di 42 gg. dall’allontanamento della minore dalla famiglia, in quanto le circostanze successivamente emerse non erano chiare sin dall’inizio e lo stesso atteggiamento della maestra d’asilo è stato ritenuto incensurabile in sede di procedimento disciplinare, contrariamente alle risultanze dell’atto peritale. Ha sottolineato, al riguardo, che lo stesso CTU, dott. Augusto Righi, sulla base delle sole comunicazioni degli operatori comunali e degli insegnanti, aveva ritenuto la sussistenza di elementi per avvalorare l’allontanamento della bimba dal nucleo familiare, tanto da fissare i primi incontri con la minore nel settembre 2004 (ossia a distanza di due mesi dall’assunzione dell’incarico), anziché disporre con urgenza una regolamentazione delle visite.

Pertanto, il danno non sarebbe riconducibile alla sola emanazione della contestata ordinanza e, comunque, non potrebbe essere ascritto a colpa grave della convenuta che, in conclusione, ha eccepito la prescrizione dell’azione di responsabilità, oltre a chiedere, in via istruttoria, la chiamata iussu iudicis del CTU Righi e, nel merito, il rigetto della domanda attrice.

Il dott. VANTADORI, costituito in giudizio con memoria del 29 marzo 2011, ha eccepito, in via pregiudiziale, l’inammissibilità della domanda prima del passaggio in giudicato della sentenza emessa in sede civile, richiamando tra le altre, la sentenza di questa Sezione 12 gennaio 2010, n. 10.

In via preliminare, ha contestato l’opponibilità del giudizio civile nei confronti dei convenuti e, nel merito, ha rimarcato la responsabilità esclusiva del Sindaco, che agisce in veste di Ufficiale del Governo nell’adozione delle ordinanze ex art. 54, co. 4, d.lgs. n. 267/2000, oltre all’assenza del nesso di causalità tra la condotta di adempimento dell’ordinanza da parte del Coordinatore e il verificarsi del danno, in quanto le ordinanze contingibili ed urgenti sono sottratte all’applicazione dell’art. 107 TUEL (che distingue le competenze dei dirigenti degli Uffici Comunali da quelle degli organi politici, nell’ambito della gestione amministrativa del Comune).

Ciò senza considerare l’efficienza causale della ratifica da parte del Tribunale dei minorenni che, ai sensi dell’art. 1399 c.c., ha effetto retroattivo. In conclusione ha chiesto, nel merito, il rigetto della domanda attrice e, in via subordinata, la riduzione dell’addebito. La dott.ssa PORTA, costituita in giudizio con memoria depositata il 30 marzo 2011, ha sollevato la questione dell’inammissibilità della domanda attrice per carenza di interesse, come già statuito dalla sentenza di questa Sezione n. 10/2010.

Nel merito, ha escluso la presenza del grave errore professionale contestato dalla Procura attrice, anche per il concorso delle circostanze evidenziate dagli altri convenuti. Inoltre, ha fatto presente che il suo contributo nella gestione del caso è stato minimale, in quanto: a) gli incontri tra il personale scolastico e il personale del Servizio sociale comunale iniziarono nel marzo 2004; b) la deducente è venuta a conoscenza del caso solo il 14 maggio 2004, al rientro dall’assenza per maternità; c) il provvedimento di allontanamento è datato 26 maggio 2004. Pertanto, ha escluso ogni responsabilità nella causazione del danno e, in particolare la gravità della colpa chiedendo, in via subordinata, la riduzione dell’addebito.

All’udienza, il P.M. ha auspicato una decisione di merito sulla domanda risarcitoria, sulla scia di talune sentenze di condanna emanate dalla giurisprudenza contabile in analoghe fattispecie, in assenza di giudicato civile (Sez. Lazio, 12 gennaio 2010, n. 36; Sez. Marche, 23 marzo 2009, n. 104). Tuttavia, non si è opposto alla richiesta di sospensione del giudizio avanzata dal Sindaco BARZAGHI, in relazione alla particolare delicatezza della vicenda.

La richiesta, avversata dai rimanenti convenuti, è stata respinta dal Collegio con ordinanza letta a verbale. Nella prosieguo del giudizio, il P.M. ha ribadito che il danno di cui è causa presenta il requisito dell’attualità, in quanto l’effettivo esborso era preesistente all’esercizio dell’azione e che la pendenza del procedimento civile non ne elimina il carattere lesivo (Sez. III, 30 luglio 2002, n. 265), in mancanza della necessaria pregiudizialità tra giudizio civile ed azione contabile. Ha aggiunto, l’Organo requirente che, in caso di riforma della sentenza civile, sarà possibile l’azione di ripetizione dell’indebito da parte del condannato in sede contabile.

La Procura ha ritenuto poi inconferente il riferimento alla sentenza n. 3/2003/QM, in materia di prescrizione sul danno indiretto, per la diversità della fattispecie (pagamento successivo al giudicato nel caso oggetto della questione di massima). Nel merito, ha giudicato completo il quadro probatorio, anche per il contributo reso dalle esaustive memorie depositate dai convenuti e, pertanto, ha insistito per la richiesta di condanna.

L’Avv. Quiroz Vitale, per BARZAGHI, ha eccepito la carenza di prove a supporto dell’ipotesi accusatoria: in disparte il principio dell’autonomia del giudizio contabile da quello civile, il difetto assume particolare rilevanza nei confronti del Sindaco, poiché negli atti del processo civile non vi è traccia della sua responsabilità. Ha considerato, poi, un errore giuridico la ricostruzione operata dal Coordinatore VANTADORI, trattandosi di provvedimento (l’ordinanza sindacale di allontanamento della minore) tipico e non extra ordinem, connotato da discrezionalità tecnico-amministrativa sull’an ma non nel quomodo. Ha ritenuto, infine, affetta da errore di fatto l’imputazione della responsabilità al Sindaco, in quanto le due professioniste (SIMIGLI e PORTA) il 26 maggio 2004 si recarono a scuola per ascoltare la bambina e, in esito al colloquio, sollecitarono il Sindaco, ma solo dopo aver informato il Tribunale dei minorenni e nelle more del suo intervento.

L’Avv. Pistone Dal Verme ha ricordato che il VANTADORI è stato nominato responsabile del procedimento per la fase susseguente all’allontanamento, mentre l’atto di citazione riconduce l’addebito al momento antecedente, che non vede coinvolto il suo assistito.

L’Avv. Garolla, per SIMIGLI, ha ritenuto infondata l’accusa di leggerezza, poiché la letteratura in materia di abusi su minori non considera quasi mai decisivi i riscontri medici. Inoltre, ha dubitato del buon operato del CTU Righi, il quale non avrebbe fornito elementi chiari sulle condizioni della minore, essendosi limitato ad accusare gli altri di aver lavorato male.

Anche l’Avv. Corradi, per PORTA, ha rimarcato l’erroneità della CTU, anche nei riferimenti alla maestra d’asilo. Al termine della discussione, la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. In via pregiudiziale, si dà atto che, con ordinanza letta a verbale, il Collegio ha respinto l’istanza di sospensione del giudizio avanzata da uno dei convenuti in sede di costituzione in giudizio e riproposta dal P.M. in udienza, per insussistenza dei presupposti richiesti dagli artt. 295 e 296 c.p.c.

La pregiudizialità in senso tecnico che legittima la sospensione necessaria, ai sensi dell’art. 295 c.p.c., è correlata all’idoneità della sentenza civile a fare stato in un altro processo, certamente non ravvisabile nel giudizio di responsabilità amministrativo contabile, per la diversità delle azioni, nel petitum e nei soggetti coinvolti.

La sospensione facoltativa, ai sensi dell’art. 296 c.p.c. (come sostituito dall’art. 46, co. 11, l. 18 giugno 2009, n. 69), richiede, oltre alla sussistenza di giustificati motivi, il conforme avviso di tutte le parti, nella specie inesistente.

2. Nel merito, come ricordato nelle memorie di costituzione in giudizio, la vicenda di cui è causa è analoga ad altre fattispecie definite da questa Corte con declaratoria di inammissibilità della domanda giudiziale per carenza di interesse ad agire (sez. Lombardia, 12 gennaio 2010, n. 10; id., 12 luglio 2010, n. 403).

Le predette pronunce, dalle quali il Collegio non ha motivo per discostarsi, sono state così motivate: “Ai sensi dell’art. 100 c.p.c. <<Per proporre una domanda o per contraddire alla stessa è necessario avervi interesse>>. Per giurisprudenza consolidata, l’interesse ad agire, da intendersi come vantaggio concreto che l’attore potrebbe trarre dall’accoglimento della domanda giudiziale, si ritiene sussistente in presenza dell’allegazione dei fatti lesivi (e non soltanto costitutivi) del diritto affermato con domanda giudiziale, in quanto l’esigenza di tutela giurisdizionale trova fondamento proprio nella violazione della situazione giuridica dedotta dalla parte attrice (ex multis, Cass., sez. I, 1 settembre 2006, n. 18937; id., sez. I, 25 marzo 2003, n. 4372).

Ciò vale a dire che, ai fini della ravvisabilità di tale interesse, si tiene conto della prospettazione della lesione da parte dell’organo che agisce in giudizio - per ciò che risulta dalla domanda risarcitoria effettivamente proposta - con la conseguenza che il ricorso è inammissibile per carenza di interesse quando non sussista alcuna lesione concreta ed attuale del bene giuridico azionato, come quando venga prospettata una eventuale, futura, lesione giuridica, ovvero postulata una utilità ipotetica e futura, subordinata al verificarsi di condizioni ed eventi allo stato incerti, come l’esito di altro giudizio pendente (T.A.R. Sicilia, Catania, sez. II, 5 dicembre 2008, n. 2282).

Nel giudizio di responsabilità amministrativo contabile, la Procura agisce a tutela delle ragioni del pubblico erario, azionando il diritto al risarcimento del danno che compete agli enti pubblici danneggiati dalle condotte illecite dei propri dipendenti e/o amministratori.

Dalla prospettazione della domanda giudiziale si evince che la tutela risarcitoria azionata dalla Procura concerne una fattispecie di responsabilità indiretta e che l’azione si fonda su un presupposto di fatto, rappresentato dalla sentenza di condanna in sede civile riportata dall’ente pubblico (l’Azienda ospedaliera) dalla quale è scaturito il depauperamento del medesimo ente, che vi ha prestato ottemperanza.

Ciò vale a dire che il nocumento all’ente pubblico scaturisce dalla pronuncia di altro giudice, che ha statuito sulla responsabilità diretta.”

Anche nella fattispecie di cui è causa il presupposto della lesione viene indicato dalla Procura attrice in una pronuncia non ancora passata in giudicato, per l’attuale pendenza del ricorso in appello avverso la decisione di prime cure (Tribunale di Desio, 25 giugno 2007, n. 419/07), con la quale si riconosce la responsabilità dell’ente locale (il Comune di Nova Milanese), che ha soddisfatto per l’intero l’importo della condanna.

Pertanto, nel caso sub iudice restano valide le considerazioni svolte con le richiamate sentenze, ossia “viene affermata la lesione di un diritto di credito intestato all’ente pubblico che difetta dei requisiti di certezza e di attualità, in quanto l’accertamento giurisdizionale contenuto nelle succitate sentenze di merito è suscettibile di essere travolto in sede di legittimità”.

Al riguardo, non è condivisibile l’avviso della Procura regionale, secondo cui la priorità dell’esborso finanziario rispetto all’esercizio dell’azione contabile sarebbe sufficiente ad integrare il requisito dell’attualità del danno. Né appare fondata la tesi che, muovendo dall’esclusione della pregiudizialità del processo civile sull’azione contabile, ritiene che l’assenza di giudicato non sia un fattore ostativo alla procedibilità di tale azione (cfr. C. conti, sez. III, 30 luglio 2002, n. 265, secondo cui <<il procedimento pendente davanti al giudice ordinario non elimina l’attuale carattere lesivo dell’esborso>>; id., Sez. Lazio, 12 gennaio 2010, n. 36, secondo cui <<L’alea, peraltro, modesta sull’esito definitivo della controversia per la pendenza del giudizio presso la Corte di cassazione, non si riflette sui requisiti di attualità, certezza ed effettività che il danno emerso presenta>>).

Le affermazioni in materia di autonomia del processo contabile dal giudizio civile e sull’autonoma valutazione dei fatti da parte del giudice contabile, in via di principio valide nei rapporti tra i due giudizi, mal si adattano alle fattispecie di responsabilità indiretta, il cui presupposto (di fatto, da cui non discende la pregiudizialità in senso tecnico di cui al precedente par. 1) è costituito dall’esistenza dell’obbligo giuridico di risarcire il danno cagionato al terzo, obbligo che può discendere da una libera determinazione della stessa amministrazione (come nel caso della transazione), ovvero da una sentenza passata in giudicato, ai sensi dell’art. 2909 c.c.

L’accertamento definitivo del danno da parte del giudice, in quest’ultimo caso, mira ad evitare che venga attivata la responsabilità indiretta dei dipendenti dell’ente prima che sia accertata la responsabilità civile diretta del medesimo e, dunque, che si chieda “il risarcimento del danno in favore di un ente che, al momento della domanda giudiziale e, allo stato degli atti, non può definirsi come danneggiato” (C. conti, sez. Lombardia, n. 10/2010). Infatti, la sussistenza della prospettata lesione sarebbe subordinata al verificarsi di un presupposto eventuale e incerto, rappresentato dall’esito sfavorevole, per l’ente appellante, dell’appello proposto.

3. Il ragionamento fin qui seguito è coerente con l’orientamento della giurisprudenza contabile in materia di decorrenza della prescrizione dell’azione di responsabilità in ipotesi di danno indiretto secondo cui il termine iniziale <<va fissato alla data in cui il debito della P.A. nei confronti del terzo danneggiato è diventato certo, liquido ed esigibile in conseguenza del passaggio in giudicato della sentenza di condanna della P.A. e della esecutività della transazione tra terzo e P.A.>> (C. conti, sez. riun., 15 gennaio 2003, n. 3/QM).

Di conseguenza, l’esordio della prescrizione viene fissato nel momento in cui il debito entra, come elemento negativo, nel patrimonio dell’ente (C. conti, sez. III, 13 marzo 2009, n. 104; id., Sez. II, 13 luglio 2005 n. 271; id., Sez. Lombardia, 12 dicembre 2005, n. 733; id., Sez. I, 28 novembre 2005, n. 391; id., Sez. Veneto, 26 luglio 2005, n. 1011; id. 28 dicembre 2006, n. 1336), indipendentemente dal depauperamento, ossia dal pagamento effettivo dell’importo per cui vi è condanna in sede civile, come invece statuiva il pregresso indirizzo giurisprudenziale (C. conti, sez. riun., 24 maggio 2000, n. 7/QM).

Dopo alcune oscillazioni giurisprudenziali, l’indirizzo è oggi granitico in appello, ove la prescrizione dell’azione contabile è ancorata al momento in cui il debito dell’amministrazione pubblica nei confronti del terzo acquisisce i caratteri della definitiva certezza. La citata Sez. III, n. 104/2009, ha riaffermato l’orientamento delle Sezioni riunite (sent. n. 3/2003/QM), ricordando la distinzione tra il vincolo che sorge dalla sentenza provvisoriamente esecutiva (esecutività) e quello derivante da una sentenza incontrovertibile (giudicato).

Contrariamente a quanto ritenuto dalla Procura regionale, la questione giuridica sottesa alla sentenza n. 3/2003/QM prescinde dalla priorità o meno del pagamento rispetto alla formazione del giudicato. Invero, la medesima osservazione era già contenuta nella sentenza della Sez. Trentino-Alto Adige, Bolzano, 27 luglio 2007, n. 37, dichiarativa della prescrizione sul danno indiretto, in fattispecie analoga a quella sub iudice. La decisione si fondava sull’interpretazione restrittiva della regola posta dalle Sezioni riunite – l’ancoraggio della decorrenza della prescrizione, nel danno indiretto, al momento del passaggio in giudicato della sentenza – da correlare, ad avviso della citata sentenza n. 37/2007, ai soli casi di pagamento successivi al giudicato (come nel caso rimesso dal giudice a quo), anziché essere espressione di un principio generale. Pertanto, il giudice altoatesino aveva ritenuto non vincolante il precedente delle Sezioni riunite, considerando prevalente il principio secondo cui l’esordio della prescrizione va fissato nel <<momento più remoto>> costituito, anche nel caso allora deciso, dall’effettuato pagamento.

Questa tesi, oggi rispolverata dalla Procura, non ha superato il vaglio del giudice di appello (cfr. la citata Sez. III, n. 104/2009) che, dopo aver affermato la valenza generale del principio posto con sentenza n. 3/2003/QM, ha cassato la richiamata pronuncia n. 37/2007 della Sezione di Bolzano, con rinvio al primo grado per la cognizione della domanda dichiarata prescritta.

Appurato, quindi, che la decorrenza del termine di prescrizione dell’azione contabile coincide con la formazione del giudicato, è evidente come il diritto non possa essere fatto valere in epoca antecedente, ai sensi dell’art. 2935 c.c. Di conseguenza, non può configurarsi, prima del giudicato, alcun interesse alla tutela delle ragioni erariali.

4. Ma, in disparte le evidenziate criticità delle tesi della Procura regionale in materia di attualità del danno, anche sotto il profilo del decorso del termine prescrizionale nelle fattispecie di responsabilità indiretta, appaiono censurabili le soluzioni da essa adombrate in caso di prosecuzione dell’azione di responsabilità ed eventuale contrasto di giudicati (condanna definitiva del giudice contabile e successiva riforma della sentenza civile in sede di impugnazione).

Si fa riferimento, in particolare, all’attivazione del meccanismo della ripetizione dell’indebito da parte del soggetto condannato, ipotizzata dalla Procura ma già prefigurata in talune isolate pronunce (C. conti, Sez. Marche, 23 marzo 2009, n.104), per ottenere dall’ente pubblico (risarcito per effetto della sentenza del giudice contabile) il ripristino della precedente situazione di equilibrio.

Al riguardo, si premette che il ristoro dell’ente pubblico ad opera dell’azione di responsabilità amministrativa, ove proseguita in pendenza del giudizio civile, potrebbe far venir meno lo stesso interesse dell’amministrazione alla prosecuzione del contenzioso verso il terzo, con evidenti effetti distorsivi nell’utilizzo del mezzo giudiziario.

Secondariamente, il meccanismo della repetitio indebiti è espressamente previsto dall’ordinamento in relazione alla necessità di ripristinare la situazione patrimoniale antecedente alla sentenza cassata, poiché <<in caso di riforma della sentenza, l’Amministrazione ha diritto ad avere restituito quanto pagato, ai sensi dell’articolo 389 codice di procedura civile>> (Sez. III, n. 104/2009); il che conferma la provvisorietà del pagamento effettuato prima della formazione del giudicato. Si aggiunge che la ripetizione dell’indebito ipotizzata dalla Procura regionale sarebbe attivata a seguito di una sentenza passata in giudicato e, dunque, in violazione del principio sancito dall’art. 2909 c.c., al quale l’art. 389 c.p.c. dà concreta applicazione.

Del pari, non è soddisfacente il rimedio dell’eccezione in sede di esecuzione del giudicato di responsabilità amministrativa (cd. exceptio in executivis), suggerito dalla Sez. Trentino-Alto Adige, Trento, 11 marzo 2009, n. 14, poiché si lascerebbe al giudice dell’esecuzione l’ampia discrezionalità di attuare o meno una pronuncia, definitiva, del giudice contabile.

Per tutte le predette considerazioni, anche estrapolate dalle succitate sentenze n. 10/2010 e n. 403/2010, il Collegio perviene alla conclusione dell’inammissibilità dell’azione esercitata dalla Procura, per difetto di una lesione concreta e attuale del diritto azionato in giudizio.

E’ assorbita ogni altra questione ed eccezione.

Il Collegio non può, tuttavia, esimersi dal provvedere al regolamento delle spese processuali, a norma delle disposizioni del codice di rito richiamate dalla normativa di settore, ritenendo di dichiararle integralmente compensate.

Al riguardo, l’art. 3, co. 2-bis, d.l. 23 ottobre 1996 n. 543, convertito dalla l. 20 dicembre 1996, n. 639, ha stabilito che le spese legali sono a carico dell’amministrazione di appartenenza <<in caso di definitivo proscioglimento>>.

La succitata disposizione è stata autenticamente interpretata dall’art. 10-bis, co. 10, d.l. 30 settembre 2005 n. 203, conv. nella l. 2 dicembre 2005 n. 248 (come modificato dall’art. 17, co. 30-quinquies, d.l. 1 luglio 2009, n. 78, coordinato con la l. di conversione 3 agosto 2009, n. 102), secondo cui <<le disposizioni dell’art. 3 comma 2 bis del decreto legge 23 ottobre 1996 n. 543, convertito dalla legge 20 dicembre 1996 n. 639 e dell’art. 18 comma 1 del decreto legge 25 marzo 1997 n. 67, convertito dalla legge 23 marzo 1997 n. 135, si interpretano nel senso che il giudice contabile, in caso di proscioglimento nel merito e con la sentenza che definisce il giudizio, ai sensi e con le modalità di cui all’art. 91 del codice di procedura civile, non può disporre la compensazione delle spese del giudizio e liquida l’ammontare degli onorari e diritti spettanti alla difesa del prosciolto….>>

Resta fermo il potere di compensare le spese tra le parti in presenza di altre cause di proscioglimento (in rito o per prescrizione), tanto più considerando che la decisione del giudice contabile di compensare le spese di lite è espressione di un potere discrezionale incensurabile in sede di legittimità (Cass., sez. III, 18 aprile 2007, n. 9296; id., sez. un., 15 luglio 2005, n. 14989; id., sez. un. 15 novembre 1994, n. 9597), quando vi è specifica motivazione sul punto (Cass., sez. II, 21 marzo 2007, n. 6681).

Pertanto, il Collegio ritiene compensate le spese di giudizio e non rimborsabili dall’Amministrazione comunale le spese legali sostenute dai convenuti.

P.Q.M.

La Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Lombardia, definitivamente pronunciando rigetta l’istanza di sospensione del giudizio; dichiara inammissibile la domanda giudiziale, per carenza di interesse;

dichiara compensate le spese di giudizio e non rimborsabili dall’Amministrazione comunale le spese legali sostenute dai convenuti.

Così deciso in Milano, nella camera di consiglio del 20 aprile 2011.


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